LA CARITA’ CHE TRASFIGURA

Carissimi,
vengo per portarvi il mio saluto e il mio abbraccio, con il ricordo vivo per i malati e per quanti soccorrono il dolore. Quando preghiamo la Salve Regina, con emozione diciamo: “A te sospiriamo, gementi e piangenti in questa valle di lacrime”. Ci presentiamo a Maria, donna di fede e donna obbediente, che ha pianto come noi, che ha collaborato con la sua gratuità silenziosa alla nostra redenzione e le chiediamo di insegnarci a consegnare il nostro oggi a Dio, lasciando a lui il nostro domani. Ogni candela accesa davanti alla Madonna, potrebbe narrare una storia, sovente di lacrime, di necessità, di dolore, di fede. Lei ha il compito di tenere ben accesa nel nostro cuore la candela della certezza che Dio ci ama e continua a guidarci per vie tante volte inspiegabili, in mezzo ad avvenimenti, vicissitudini, cambiamenti interni ed esterni che ci lasciano stanchi ed affranti.

Nulla è impossibile a Dio (Lc1,37)”: se ci credessimo di più!
I medici, gli infermieri, gli operatori sanitari, i volontari, con le proprie paure e le proprie speranze, senza avere il tempo di pronunciare un “sì”, lasciano il cibo, il sonno, il riposo, gli affetti e si curvano sul dolore umano. Solo nell’amore non vi è misura, la loro preghiera è ogni atto di carità. Versano lacrime silenziose, fanno dono ai malati della sensibilità delle loro mani e del loro cuore aperto, della loro pazienza, fortezza e serenità, fino al dono della vita, imitando la delicatezza materna di Maria, riconoscendo la loro piccolezza e nullità.
Lasciamo che sia san Paolo VI a ringraziarli e incoraggiarli con queste parole:

“Voi esercitate un’attività molto delicata, molto impegnativa, molto preziosa. Certamente voi avrete cercato di approfondire la coscienza del vostro lavoro, per scoprirvi ciò che lo rende indispensabile nella società, ciò che lo colloca fra i più meritevoli servizi specificatamente umani, ciò che lo rende degno della riconoscenza sia dei malati, da voi assistiti, sia di quanti li hanno cari. Noi vorremmo esortarvi ad avere sempre questo grande concetto del vostro servizio, e a compierlo sempre con grande precisione e con grande finezza di modi e di sentimenti. E, aggiungiamo, con quello spirito, con quella virtù, che noi chiamiamo carità, e che conferisce all’opera vostra un’intelligenza, un fervore, un merito trasfiguranti. Voi assistete il dolore. Potrebbe un giorno non farvi più alcuna impressione; a tutto ci si abitua. Potrebbe un giorno venirvi a noia: la sofferenza altrui non offre, alla fine, alcuna personale soddisfazione. Potrebbe esso ancora sembrare placato dalla cura scientifica e tecnica, senza altro richiedere. Voi assistete il dolore umano: nulla è più rivelatore, nulla è più degno, nulla più sacro nel piano naturale della vita. Provate ad amarlo! Oh! Certo voi già lo amate, e già sperimentate le stupende conseguenze, oggettive e soggettive, d’un tale rapporto fra chi soffre e chi lo assiste. Ma amarlo perché? Tanti sono i perché, che persuadono ad amare e a servire chi soffre; ma uno tutti li supera e tutti li sostiene: amarlo dobbiamo perché nel paziente è l’immagine, è la mistica presenza di Cristo. Non dimentichiamo mai la sua sorprendente parola. “In verità vi dico che tutte le volte che avete fatto qualche cosa a uno dei minimi tra i miei fratelli, l’avete fatta a me (Mt 25,40). Chi soffre è chiamato fratello da Cristo; anzi è identificato a Lui stesso! Ricordatelo: amate il dolore, che la vostra professione e la vostra vocazione vi dà occasione di assistere, curare e di servire”.
(PAOLO VI, Discorso del Santo Padre Paolo VI agli Ospedalieri di Milano, sabato, 21 marzo 1970, Città del Vaticano).

Ci copra col suo manto la Vergine Immacolata, Nostra Signora di Lourdes.
suor M. Giuliana Casiraghi, pddm.

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